sábado, 24 de março de 2012

Una `casa` di Candomblé in Piemonte – Itália.

Una `casa` di Candomblé in Piemonte, a pochi chilometri da Vercelli. Da poco più di un anno anche in Italia adepti e studiosi di questa importante religione afro-brasiliana possono contare su un luogo na `casa` di Candomblé in Piemonte, a pochi chilometri da Vercelli. Da poco più di un anno anche in Italia adepti e studiosi di questa importante religione afro-brasiliana possono contare su un luogo dove professare il proprio culto o partecipare a incontri divulgativi, o semplicemente presenziare a una delle feste organizzate dall`Adica, Associazione per la diffusione del Candomblé cui fa capo il nuovo terreiro. L`attività dell`associazione, che è stata fondata nel 1996, è ancora allo stato nascente, ma a essa fanno già capo un centinaio di persone sparse in tutto il paese e concentrate soprattutto nel triangolo compreso tra Milano, Torino e Genova. Tra gli associati, docenti, professionisti, studiosi, ma anche persone comuni che si sono avvicinate al candomblé dopo un viaggio in Brasile, ammaliate dalla magìa di suoni, colori e altre suggestioni che è possibile apprezzare durante le feste.

Il Piemonte come la Bahia, dunque, nel senso che tra le risaie del vercellese trova finalmente rappresentanza anche in Italia una importante religione della quale finora non si era vista traccia. Perché spesso viene ignorata, come è recentemente accaduto durante l`incontro organizzato dalla Chiesa italiana con i rappresentanti di altre confessioni, oppure perché `dimenticata` dai compilatori di dizionari e siti internet. L`Adica ha quindi colmato un vuoto, se si considera che in Italia gli appassionati di cultura brasiliana sono in continuo aumento e l`interesse per le tradizioni africane da cui questa religione discende non è sorto recentemente, ma - come fanno notare dalla sede dell`associazione - risale fino agli inizi del secolo scorso. Con la creazione del primo terreiro italiano, il sodalizio piemontese si autocandida a punto di riferimento nazionale per coloro che desiderino partecipare a cerimonie pubbliche, conferenze, seminari pratici di danza e cucina o semplicemente intendano comprendere il significato del candomblé. Nel semestre estivo l`Adica organizza una serie di attività, e il programma di quest`anno sarà reso noto alla fine di questo mese. Chi nel frattempo desidera documentarsi può consultare il sito dell`associazione (http://web.tiscali.it/adica/), recentemente arricchito dalle sezioni sulla Festa di Yemanjà e sul rapporto tra cucina e Candomblé. Ma che cosa è esattamente il Candomblé, e come si svolgono le attività nella casa sorta in via Gabiaccio ad Arboreo, a pochi chilometri dal capoluogo del vercellese? Lo abbiamo chiesto a Oscar Baccini, portavoce dell`associazione e Ogà dell`Ilé Axé Airà il quale, per rispondere alle nostre domande, ha a sua volta chiesto e ottenuto l`autorizzazione di Pai Mauro di Airà, Babalorixà, ovvero la figura che guida la comunità.

Può spiegarci sinteticamente cos'è il Candomblé?

Le rispondo in primis con una citazione, da Susanna Barbàra in "Danzando con gli Dei", rivista Missioni della Consolata, numero di ott-nov. 2000. "Cos'è il Candomblé, madre mia? - E' danza e musica, figlia mia! -. Così rispose "mae Teresinha", quando iniziai la ricerca su questa religione afro-brasiliana. Per comprenderne il fascino occorre aggiungere: ricchezza di colori e simboli, ricerca di armonia, equilibrio e consolazione, memoria storica e impegno di solidarietà". E poi: "Il Candomblé è un messaggio di felicità; è ricerca degli aspetti più gioiosi della vita". E poi ancora: "Il Candomblé si basa sulla conoscenza di se stessi; conoscenza ottenuta attraverso vere e proprie tecniche con cui raffinare sempre più la percezione del proprio essere, delle capacità e limiti personali, il contatto con la propria parte interiore e sacra...". Personalmente posso rispondere in diversi modi, non c'è una unicità di risposta. A seconda di come si affronta la domanda si possono trovare definizioni diverse, e spesso tutte esatte. Mi piace di più la definizione che le ho dato presa da un articolo della Barbara, studiosa del settore. Potrei naturalmente dire molte altre cose: è "una religione", oppure è "l'espressione della cultura afro-americana in Brasile", o è "una visione del mondo", ancora è "magia", o "una tecnica per ritrovare il proprio io e sentirsi realizzati". E' in realtà tutto questo e ancora di più. Nasce comunque dall'evoluzione delle credenze africane, e particolarmente dall'elaborazione effettuata nei secoli dagli schiavi africani nelle Americhe, dei loro miti, riti, culti e cultura. E' la forma più pura presente in Brasile, apparentata con forme similari sia in questo paese che in altri dell'America latina, la forma che meno ha subito influenze.

Come è nata l'idea di costituire in Italia un'associazione fondata sullo studio e la pratica del Candomblé?

L'idea non è nata dal nulla. Il terreiro - parola portoghese che significa casa, come l'equivalente termine yoruba Ilè - e l'associazione sono la conseguenza naturale della presenza in Italia di persone sia brasiliane che italiane praticanti il Candomblé, conosciuto in Brasile o nella stessa Italia, quando se ne è presentata la possibilità, per il formarsi di condizioni adatte, nella fattispecie la presenza di un Pai de Santo - Babalorixà italiano e di un gruppo di persone interessate. Esattamente come avviene in Brasile, il Pai de Santo ha aperto una sua casa, dando il via a una nuova comunità nel solco di una ininterrotta tradizione e filiazione, comunità che raccoglie chi si avvicina al Candomblé in Italia indipendentemente dalla sua nazionalità. Nello stesso tempo tutte le persone che sono state iniziate in Brasile hanno trovato un punto di riferimento più comodo in termini di distanza della loro casa di appartenenza a cui comunque continuano a fare riferimento. E che non hanno certamente abbandonato pur frequentando in certe occasioni la nostra casa per ritrovare parte di sé anche in un luogo lontano dal Brasile.

Ma perché occuparsi di una religione apparentemente lontana, geograficamente e culturalmente?

Non è stata una decisione di occuparsene, non è stata per nessuno di noi una scelta di occuparsi di qualcosa, vicina o lontana: lo abbiamo conosciuto e vi abbiamo liberamente aderito, perché evidentemente ciascuno di noi vi ha trovato una risposta o una soluzione, è stato un'incontro, diverso per ognuno, incontro in cui molti si sono ritrovati con se stessi. Culturalmente lontana? Non ne sarei così certo. Trova così lontana la musica latino-americana, il samba, il jazz, Jorge Amado, Obà dell'Ilè Axè Opo Afonjà in Salvador e attraverso il quale io personalmente ho scoperto per la prima volta questa realtà e me sono innamorato? La musica del carnevale Brasiliano, del resto, deriva molto dai gruppi legati ai terreiros di Bahia, che in occasione del carnevale sfilavano per strada con le loro percussioni. E che dire di Gal Costa, Dorival Caymmi, Clara Nunes? L'Afoxe, la banda Olodum (è un nome legato al candomblé), quello che come europeo trovi in Brasile a Cuba, Santo Domingo, spesso ha legami con le antiche credenze degli schiavi che in parte hanno salvato la loro cultura. Definirebbe culturalmente lontana la capoeira?

Per lo svolgimento della vostra attività è stato necessario ottenere un riconoscimento da parte di qualche istituzione religiosa brasiliana?

 In Brasile, come del resto a Cuba e nelle Americhe in genere, non esiste un riconoscimento formale nelle forme che possiamo pensare noi europei. Esiste una Federazione che raccoglie le case storiche e le case che da queste discendono, preservando la trasmissione del sapere e delle conoscenze. Tale Federazione è in grado di conoscere l'esistenza dei membri in qualsiasi casa in ogni parte del mondo e è referente, ad esempio, delle realtà culturali del paese (Università), e in certa misura dello stato brasiliano. Generalmente un praticante può raggiungere un livello che lo autorizza (abilita), lo rende in grado di svolgere la funzione di babalorixà o yialorixà. A questo punto è libero, se lo desidera, di aprire una sua casa, ma in ogni caso, tendenzialmente conserva i rapporti con la sua casa originaria, in una sorta di costante filiazione che si sviluppa nel tempo. Il membro di un terreiro è come il membro di una famiglia o di una tribù, e conserva rapporti di parentela-filiazione non solo con il suo Pai, ma anche con la famiglia allargata da cui il suo Pai discende. Ed esistono forme rituali, saluti appropriati, convenzioni sociali che regolano i rapporti fra i membri di case affiliate, come se si trattasse di fratelli, cugini, zii, nipoti, nonni, bisnonni, antenati, e membri di una famiglia allargata.

Ha visitato altre case di Candomblé?

Conosco non solo la casa di cui faccio parte e in cui sono stato iniziato, ma la casa a San Paolo del Brasile da cui discendiamo, l'Ilé Axé Odù, la casa di Pai Taunderà, e via via fino all'Ilé Axé Oxumaré, casa oggi retta da Pai P.C. (Pesse) in Salvador di Bahia, che è stata dichiarata Patrimonio Universale da parte dell'Unesco e in cui mi sono recato, accolto come un nipote giunto da lontano per conoscere le sue radici. In Brasile i terreiros sono comunque registrati come tali dallo stato, cosa ancora impensabile in Italia.

Ma il candomblé può essere praticato da chiunque senza aver frequentato corsi di formazione corrispondenti al catechismo cristiano?

Sì, esiste solo la pratica assolutamente libera, ciascuno secondo le proprie necessità

Perché avete scelto una sede situata in provincia e lontano da grandi centri?

E' stato scelto un luogo in campagna perché un terreiro è completo se può disporre di spazi. Inoltre è molto importante l'aspetto della natura: nel Candomblé la terra, l'acqua, i corsi d'acqua, gli alberi e la vegetazione sono praticamente necessari per una vasta gamma di motivi. Continuando a citarle l'autrice di cui sopra, "Il Candomblé si fonda sul culto della natura: cose, alberi, animali, persone sono sacre. Un'energia vitale, chiamata axé, circola in tutti gli esseri animati e inanimati, collegandoli insieme". Tutte queste cose, insomma sono presenti in campagna più che in città. Per quanto riguarda invece la lontananza da grandi centri, la nostra casa di Arborio è quasi in posizione strategica, situata come è tra Milano e Torino, e non così lontana da Genova.

Avete avuto difficoltà a far accettare la vostra presenza dalla popolazione del luogo e a integrarvi con essa?

Non vi sono stati problemi particolari: ottimi i rapporti con il sindaco, e i carabinieri del paese sono invitati a tutte le feste, anche se purtroppo sono troppo impegnati per intervenire. Per il resto normali amori e avversioni, tipiche di tutte le piccole comunità rurali.

I vostri membri praticano anche la religione cattolica o aderiscono esclusivamente al Candomblé?

 Se si vuole considerare il candomblé come una religione (per me, ad esempio è una veltanchau, cioè uno stile di vita), si deve comunque sgomberare il campo da equivoci. In ogni caso non è una "religione" totalitaria, liberi tutti di praticare il cattolicesimo o quant'altro, come del resto è ampiamente praticato nell'America latina. Ci si può accostare al candomblé in molti modi e tutti validi ed accettabili: per una ragione estetica, per curiosità, per necessità o per risolvere un problema. Anche per fede, se si vuole, per curiosità intellettuale; non vi sono dogmi o condanne, ci si può rimanere per tutta la vita o per un giorno: l'importante è trovarvi una soddisfazione e una propria armonia, ritrovare se stessi.

 In che modo organizzate la vostra attività di divulgazione? Realizzate conferenze, incontri, corsi o iniziative analoghe?

Poche attività di divulgazione, per ora. Da una parte non siamo una "religione" militante, non abbiamo la verità rivelata e per questo dover convertire necessariamente gli altri. Per chi non lo sa non abbiamo l'inferno (né i roghi dell'inquisizione, né le lapidazioni islamiche), e quindi il proselitismo, inteso come tale, non è per noi un obbligo come per altre religioni. Tuttavia da un punto di vista diciamo sociale nulla abbiamo in contrario a organizzare conferenze, incontri, corsi e altre attività. Qualcosa abbiamo già fatto, ma siamo solo agli inizi, e ci basiamo solo sulle nostre forze. Non dimentichiamo che le nostre feste così come in Brasile, sono feste pubbliche a cui chiunque è invitato.

Riuscite ad organizzare anche vere proprie feste religiose? Sono analoghe a quelle di terreiros brasiliani e in che cosa eventualmente differiscono?

Ogni terreiro organizza le feste degli Orixas, che come ho già detto sono feste pubbliche e quindi anche noi le organizziamo. Ma più che analoghe sono proprio le stesse, e eventuali differenze dipendono unicamente dalle capacità organizzative e dalle possibilità economiche o in termini di personale da parte di chi le organizza. Per una casa la festa è comunque un momento sociale importante, anche come presentazione all'esterno.

Qual è la collocazione sociale e culturale del vostro frequentatore medio?

Tra membri della casa e associati o amici c'è di tutto, dal professore universitario al disoccupato, dall'intellettuale all'analfabeta, dal benestante al povero.

Come vi finanziate?

La casa è completamente autofinanziata, non sono richieste somme ai visitatori o agli amici di altre case. Ogni membro della casa paga come può le feste che sono dedicate al suo Orixà, e che quindi possono risultare più o menoappariscenti. Per le spese correnti di gestione i membri della casa si autotassano come quota associativa per l'incredibile cifra di 10 Euro al mese, e tutto il resto è lasciato al loro buon cuore.

sexta-feira, 23 de março de 2012

Africanos em Leiria - Portugal

Africanos em Portugal

Por Carlos Fontes

A presença de africanos em Portugal é mais antiga do próprio país. Vieram aquando das invasões muçulmanas no século VI, mas foi só depois do séc.XV que a sua presença em Portugal se tornou uma realidade incontornável, embora pouco estudada.

Escravatura. Após a conquista de Ceuta, em 1415, o número de negros aumentou de forma exponencial. Como é sabido Portugal tornou-se, entre os séculos XV e XVIII  numa enorme entreposto de escravos. Os que não eram vendidos para Espanha e outros países, eram usados em inúmeros actividades, suprimindo a constante falta de mão-de-obra que as explorações e o comércio marítimo provocavam.

Calcula-se que só no século XV terão vindo para Portugal mais de 150.000 escravos (cf. Vitorino Magalhães Godinho). No século XVI,  um em cada cinco habitantes da cidade de Lisboa era negro. A presença de africanos manteve muito significativa até ao final do século XVIII. Marques de Pombal, a fim de proteger ida de escravos par o Brasil, em 1761, pelo Alvará de 19 de Setembro, proíbe a sua entrada em Portugal. O trabalho de escravos terá continuado. Em 1773 é de novo decretada a sua proibição. Ainda em finais do século XIX, eram assinaladas algumas aldeias de Portugal onde a população era claramente de origem africana, como a de São Romão do Sado ou em Tolosa (Nisa). Estudos genéticos recentes revelam a presença de "sangue africano" de norte a sul de Portugal.

Influências Culturais. A vida de centenas de milhares de escravos para Portugal, influenciou naturalmente a vida quotidiana. No final do século XV, criaram a primeira Confraria em Lisboa, na Igreja de S. Domingos, dedicada a Nossa Senhora do Rosário. Muitas outras confrarias foram depois criadas não apenas em Lisboa, mas também no Porto e em diversas cidades do país.

A presença dos negros na sociedade portuguesa era tão grande que entre o século XV e XIX aparecem com grande frequência na literatura, mas também são assinalados em inúmeros espectáculos populares. Em Lisboa, um das suas danças e cantares, o Lundum, acaba por dar origem ao Fado, a "canção nacional".

Branqueamento-Esquecimento. Até ao século XIX, a questão do cruzamento de raças parece ter pouca importância social. Portugal era de longe o país mais afro-asiático da Europa.A pigmentação da população aproximava-se mais de África do que da Europa.

Acontece que  as ideias racistas que se difundem por todas a Europa começam a  hierarquizam a inteligência dos povos em função da pigmentação da sua pele. Os cruzamentos são agora mal vistos, assim como também a descendência ou a simples presença de negros. O lugar dos negros é em África. Procede-se então a um lento trabalho de ocultação das marcas dos negros em Portugal, assim como do passado do país ligado ao tráfico de escravos. A vinda de negros torna-se um fenómeno cada vez mais raro, o que todavia nunca deixou de acontecer.

A viragem só ocorre, no inicio do anos 50 do século XX, quando a ditadura salazarista passa a defender que Portugal é uma nação multiracial. Este facto deu uma nova visibilidade aos negros em Portugal, mas não promoveu a sua vinda massiva.

Início da Imigração. Nos anos 60 do século XX, dois factos novos que mudam o quadro anterior: o inicio da guerra colonial e a emigração em massa de portugueses.Devido aos mesmos, entre 1960 e 1973  Portugal fica sem menos 900 mil potenciais trabalhadores. A escassez de mão-de-obra leva o governo a promover a vinda de mão-de-obra das antigas colónias, sobretudo de Cabo Verde, para suprir as necessidades na construção cívil e nas obras públicas. Calcula-se que entre 1963 e 1973 terão vindo legalmente para Portugal 104.767 caboverdianos.

25 de Abril de 1974. Com o fim das colónias, inicia-se a vinda de centenas de milhares africanos para Portugal. O número exacto é impossível de determinar. Por várias razões. A primeira é que face à lei que vigorou até 1981 (Dec.Lei 308/75), qualquer cidadão que tivesse nascido numa das antigas colónias portuguesas até à data da sua independência (1974/75) era para todos os efeitos um cidadão português. Um número indeterminado de africanos que estavam nestas circunstâncias, acabaram por regularizar a sua situação como cidadãos portugueses.

Os sucessivos conflitos armados que ocorreram nas ex-colónias após a Independência, foram sempre marcados pela vinda de importantes grupos de refugiados, na maior parte dos casos sem este estatuto. 

Explosão-Desintegração. Nos anos 80, numa altura em que Portugal mergulha numa profunda crise económica, assiste-se a um aumentou exponencial da imigração ilegal, originária sobretudo de Cabo Verde, Angola, Guiné-Bissau, mas também de S.Tomé e Príncipe. As condições de acolhimento desta nova vaga de imigrantes foi a pior que se possa imaginar, agudizando-se os problemas sociais, nomeadamente devido às degradantes condições de trabalho e de habitação em que viviam.

Em 1991, o SEF registava 113.978 imigrantes legais, dos quais 40% (45.795) eram oriundos dos Palop`s. O número efectivo dos africanos que residiam em Portugal ao certo ninguém sabia . A única certeza que se tinha é que a maior parte estava ilegal.

Os problemas da integração de um número tão elevado de imigrantes foram-se agravando, devido à contínua chegada de novos imigrantes ilegais e à incapacidade do Estado para resolver muitos problemas estruturais (habitação, assistência social, apoio familiar e educativo, etc). O resultado foi o aumento da exclusão social, com todos os problemas que isso implica, em largos estratos da população africana residente em Portugal. Um dos problemas mais graves prende-se com a questão da cidadania destes imigrantes. Muitos dos nasceram em Portugal, filhos de país africanos, não se identificam nem como portugueses, nem como africanos. A própria lei não lhes facilita a aquisição da nacionalidade portuguesa.

Em meados dos anos 90 o problema do africanos atingiu em Portugal, tais dimensões que o Estado começou finalmente a encarar o problema, como uma questão nacional que urge resolver.

Novos Contextos. Devido às profundas mudanças na composição da imigração neste inicio do século XXI, africanos têm sido fortemente penalizados. Na verdade, a maioria dos novos imigrantes, oriundos sobretudo do Leste da Europa (Ucrânia, Moldávia, Roménia e Russia), mas também do Brasil, compete agora no mercado de trabalho com os africanos, mas com enormes vantagens comparativas, dado que possuem melhores habilitações escolares e profissionais. Este facto voltou de novo a agravar a difícil situação dos africanos em Portugal, exigindo da parte do Estado medidas mais adequadas.

Afrikaner blood

Acampamento 'ensina racismo' na África do Sul

Escola de racismo

O documentário "Afrikaner Blood" (Sangue Africâner, em português), das holandesas Elles van Gelder e Ilvy Njiokiktjien, ganhou o primeiro prêmio do concurso World Press Photo 2012 na categoria multimídia. O vídeo mostra adolescentes sul-africanos brancos que vão para um acampamento de verão organizado por um grupo racista de extrema-direita.

De acordo com as produtoras do documentário, o grupo Kommandokorps está ensinando garotos africâneres a "evitar a visão de Nelson Mandela de uma nação arco-íris multicultural".

"Muitas pessoas estão chocadas que isso exista na África do Sul - as imagens quase parecem que foram feitas no passado", disse Van Gelder à BBC.

O grupo é liderado por Franz Jooste (no centro), que foi major do Exército durante o Apartheid, regime de segregação racial que terminou em 1994 com a eleição de Mandela. As produtoras dizem que Jooste pretende criar uma nova geração de racistas, porque sua organização tem pouco suporte.

Após décadas de divisões raciais forçadas pelo governo, especialistas dizem que negros e brancos se entendem bem no país. No entanto, os negros dizem que permanecem marginalizados.

O documentário multimídia combina os vídeos de Van Gelder com as fotos de Njiokiktjien. A diretora diz que as imagens ajudam o espectador a interromper por alguns momentos o vídeo para prestar atenção nas declarações do fundador do Kommandokorps, que são "duras e intrigantes".

quarta-feira, 21 de março de 2012

Campanha: Por uma infância sem racismo

Nações Unidas pedem esforço para eliminar o racismo

Neste 21 de março, Dia Internacional pela Eliminação da Discriminação Racial, o Secretário-Geral da ONU divulgou mensagem chamando a atenção para o impacto nefasto do racismo, crime que compromete a paz, a segurança, a justiça e o progresso social. Em sua mensagem, Ban faz um apelo a todas as pessoas para que se juntem às Nações Unidas para eliminar o racismo. “Devemos, a nível individual e coletivo, acabar com o racismo, com o estigma e com o preconceito”, disse.

“Enquanto comemoramos este Dia Internacional sob o tema ‘racismo e conflito’, o meu pensamento está com as vítimas. Racismo e discriminação social têm sido usados como armas para instigar o medo e o ódio. Em casos extremos, líderes cruéis fomentam o preconceito para incitar ao genocídio, crimes de guerra e crimes contra a humanidade”, alertou Ban.

A data foi instituída pela ONU em 1966 em homenagem aos 69 mortos e centenas de feridos durante um protesto pacífico ocorrido em 1960 em Sharpville, na África do Sul, contra as leis discriminatórias do regime Apartheid. Desde então, uma série de iniciativas importantes têm sido implementadas no âmbito das Nações Unidas com o intuito de eliminar a discriminação racial.

No Brasil, a iniciativa mais recente foi o lançamento, no final de 2011, de um guia para auxiliar denúncias contra esse tipo de crime. Organizado em cinco capítulos, o Guia de Orientação das Nações Unidas no Brasil para Denúncias de Discriminação Étnico-racial apresenta o conjunto de instrumentos nacionais e internacionais que garantem a igualdade étnico-racial, informações sobre o marco legal brasileiro e internacional e endereços dos órgãos de atendimento à população nos estados e capitais.

A publicação orienta os cidadãos brasileiros na busca dos seus direitos em casos de discriminação étnica e racial. Com a iniciativa, lançada justamente no Ano Internacional dos Povos Afrodescendentes, as Nações Unidas esperam contribuir com a sociedade e o governo para a redução das desigualdades raciais, étnicas e de gênero e para o efetivo alcance dos Objetivos de Desenvolvimento do Milênio (ODM).

domingo, 18 de março de 2012

Crianças do Candomblé dizem estar com leucemia para evitar a discriminação

Passeio por Benin, na África, é um mergulho na cultura e na religião indígena Vodum

Por Joshua Hammer
New York Times Syndicate

 Estávamos andando de carro pelas vielas de Ouidah, o antigo porto de comercialização de escravos no Benin, quando o vimos: uma figura que usava túnica e luvas de couro, o rosto escondido sob um capuz enfeitado de miçangas e conchas. Um garoto com um cajado na mão o guiava, passando em frente às casas coloridas, sombreadas pelas mangueiras e palmeiras.

 Meu motorista e guia, Ulrich Vitale Ahotondji, diminuiu a velocidade para podermos vê-lo melhor. "Melhor não sair", ele me avisou, mas eu já estava saltando do carro com a câmera na mão. A figura se encolheu contra a parede e começou a balbuciar numa voz metálica, assustadora; seu protetor levantou o pedaço de pau como se me ameaçasse e eu voltei para o carro.

 Segundo Ulrich, o homem era uma aparição, figura importante na religião indígena animista conhecida como vodum. Também chamados de Egunguns no idioma Fon, acredita-se que esses homens encapuzados, cuja identidade é secreta até para seus vizinhos, sejam intermediários entre os vivos e os mortos; geralmente caminham pelos vilarejos evocando os espíritos de ancestrais mortos - e tocá-los quando estiverem em transe pode ser fatal. Mesmo Ulrich, que é católico, não queria pagar para ver se a crença era verdadeira. Quando passamos por uma praça onde havia pelo menos uma dúzia deles, dançando, Ulrich acelerou. "Desta vez não vou deixar você sair", disse ele.

  Naquela manhã, Ulrich, o fotógrafo Jason Florio e eu tínhamos saído de Cotonou, a sede do governo do Benin, com destino a Ouidah, a 48 quilômetros de distância, para explorar os rituais do vodum. Apesar dos esforços dos missionários cristãos, esse credo secular ainda conta com milhões de seguidores ao longo da antiga Costa dos Escravos, que ia de Gana até parte da Nigéria, mas principalmente no Benin. Uma sucessão de ditadores suprimiu sua prática depois da independência, mas, em 1996, o governo democrático decretou o vodum religião oficial – e desde então milhares de pessoas a praticam abertamente.

 Para os visitantes, sua ressurgência oferece a rara chance de conferir a prática espiritual das culturas indígenas. Há anos os turistas ocidentais estabeleceram um fluxo constante na região, na rota entre Benin e Togo, visitando templos e feiras de fetiches, às vezes até conseguindo entrar nas cerimônias presididas por sacerdotes que lideram a cantoria, a dança e o sacrifício de animais. Como Jason e eu, esses turistas se hospedam em Cotonou ou uma das poucas pousadas ao longo do Golfo da Guiné e comem nos restaurantes que servem tanto os pratos locais - como o peixe apimentando com mandioca - ou pratos ocidentais. Como nós, eles viajam com guias que os ajudam a entender as cerimônias e servem de intérpretes.

 Há vários marcos históricos espalhados pelo litoral - como a Porta Sem Retorno em Ouidah, um memorial que identifica o ponto de partida dos escravos que iam para o Brasil ou para as Índias Ocidentais, no Caribe. Nos séculos 17 e 18, os rituais africanos se fundiram com o catolicismo para formar o vodu haitiano, a santeria cubana e o candomblé brasileiro; os escravos que retornaram, durante o século XVIII, levaram essa forma sincrética do vodum de volta para Ouidah e outras cidades da região.

 Os praticantes do vodum idolatram inúmeros deuses e divindades menores que habitam objetos que variam desde pedras até cachoeiras. Acreditam que os espíritos de seus ancestrais vivem entre eles e usam talismãs (ou fetiches) - como partes secas de animais - para rejuvenescimento físico e espiritual, além de proteção contra os feitiços lançados por bruxas malévolas. "O vodum é a África. É a fé de nossos ancestrais", disse Dagbo Hounon Houna II, o chefe espiritual de Benin, onde vinte por cento da população, ou o equivalente a um milhão de pessoas, pratica o vodum puro e outros 40 por cento, uma forma que incorpora os símbolos cristãos. Funcionário público aposentado de 50 e poucos anos, Dagbo Hounon me recebeu num rondavel, uma choupana redonda, dentro de um complexo na periferia de Ouidah.

 Usando um chapéu branco, uma túnica branca e roxa, um lenço xadrez no pescoço e um cordão enfeitado de conchas, ele aceitou o meu presente (obrigatório) - que, no caso, era uma garrafa de gim Royal Stork - que pôs ao lado dos pés, entre o crânio de um elefante e várias cumbucas - e me ofereceu vinho de palmeira. "Sofremos com a perseguição dos missionários", ele disse em francês, enquanto eu engasgava com o líquido que mais parecia feito de fogo. Explicou também que os cristãos e praticantes de vodum tinham estabelecido uma trégua, mas considerou "deplorável" a esnobada que recebeu do Papa Bento XVI durante uma visita recente a Ouidah. Ele me convidou para voltar no sábado seguinte para testemunhar uma cerimônia que poucos ocidentais tinham visto.

 Depois da visita, fui com Ulrich e Jason a Ganvie, um vilarejo no lago Nokoue, um estuário ao norte de Cotonou. Lá, alugamos um barco a motor e, acompanhados por um guia, Gilbert, deixamos para trás as pirogas e as armadilhas de pesca, feitas de madeira. Ali, como em todos os lugares durante a nossa viagem, encontramos um punhado de turistas ocidentais - incluindo um jovem casal de franceses que tinha acabado de desembarcar e falava das glórias da "pura experiência africana" de viajar pelo Benin, e um grupo de norte-americanos. "Oitenta por cento do povo de Ganvie pratica o vodum", disse o nosso guia enquanto seguíamos para o mercado flutuante. Mulheres em canoas remavam através dos jacintos d'água com os barcos lotados de bananas e outros produtos para vender.

 Ganvie consiste basicamente de um conjunto de casas de palafitas. Passamos pela "ilha do sacrifício", um pequeno terreno onde cabritos e galinhas eram mortos para as divindades e incinerados na casa de Alako Hain Abumaja Tand, um dos principais sacerdotes.

 Ele pediu licença e se retirou para colocar sua roupa cerimonial, uma túnica verde e um barrete que lembrava a mitra de um bispo, e depois nos levou a uma cabana. Os murais coloridos da fachada - nos quais se via uma divindade hindu com rabo de macaco e os anjos alados da Anunciação - mostravam que o vodum tinha realmente absorvido outras religiões.

 Ulrich negociou o preço (o equivalente a US$ 20) e o sacerdote nos deixou entrar no templo, não sem antes cuspir três tragos de gim no limiar. "É para espantar os maus espíritos", ele explicou e se sentou sob uma imagem de Jesus crucificado, serviu copos de aguardente feita de mandioca e, enquanto dois homens tocavam tambores, colocou as mãos sobre a minha cabeça, declamando uma ladainha para a divindade padroeira de Ganvie.

 No dia seguinte, voltamos para Ouidah e sua principal atração, o Templo das Serpentes, que fica na modorrenta praça principal, na frente da basílica. Um casal de italianos e um de nigerianos se juntaram a nós num passeio guiado pelo sacerdote vodum, um jovem que nos levou também ao templo, um edifício de concreto com telhado de argila. Descemos cinco degraus e nos deparamos com um cercado onde havia pelo menos uma centena de cobras amontoadas. O tratador pegou um píton de 1,5 metro e entregou para mim. Fiquei nervoso quando ele começou a se enrolar no meu pescoço, embora parecesse superdelicado e o sacerdote me garantisse que não aconteceria nada.

Os praticantes do vodum veem os pítons como manifestações do deus serpente Dangbe. "Nós os deixamos sair do templo à noite para poderem passear pela cidade", contou o sacerdote. "Comem galinhas e ratos e depois voltam para cá."

  Naquela noite ficamos num hotel por onde só se chegava através de uma estrada de terra que cortava plantações de palmeiras e de onde se viam os pescadores cantando e jogando as redes no mar. O Casa del Papa consistia em uma dúzia de bangalôs esparramados por uma praia praticamente deserta e um restaurante ao ar livre que servia um peixe excelente.

  Voltamos à casa de Dagbo Hounon na manhã seguinte e seguimos seu Mazda por outra estrada de terra vermelha para a cerimônia do sábado. O templo era um complexo espalhado numa área grande; pinturas de divindades - incluindo a do deus padroeiro da região, Thron -cobriam as paredes. Centenas de fiéis cercavam Dagbo Hounon, vestido com uma túnica branca e preta, que entrou no templo, depositou uma oferenda (bebida alcoólica) no altar e falou à multidão: "Esses brancos vieram para participar e ver vocês; podem recebê-los". Seu comentário gerou vários murmúrios e muitos sorrisos.

 Então, a cerimônia começou: mulheres e crianças fizeram fila, jogaram a água barrenta de uma tigela de porcelana no rosto, comeram lascas de noz-de-cola cortadas pela machadinha do sacerdote e finalmente abaixaram as cabeças, untadas com uma substância clara e pegajosa. "Só os iniciados sabem o que é", foi o que me disseram. No pátio do prédio seguinte, um jovem segurava seis cabritos que tinham sido polvilhados com talco. Os fiéis depositaram dinheiro numa tigela e cada oferta gerava uma explosão de alegria e música do coral feminino.

 Enquanto isso, um grupo de fiéis em frenesi se reuniu perto da área do sacrifício; um homem com o peito encharcado de suor batia num tambor enquanto várias pessoas levantavam um cabrito branco, aterrorizado, para depois quase deixá-lo cair. O sacerdote se aproximou com a machadinha e, com a multidão apertando o cerco, cortou a garganta do bicho. O sangue jorrou no chão e fez uma pequena poça. Aí, foi a vez das galinhas, cujas gargantas forma cortadas com uma navalha, seu sangue salpicando o chão. O sacrifício terminou com o sacerdote dançando no pátio, ao lado de seis seguidores, que brandiam os facões ensanguentados.

  Naquele momento, percebi que tínhamos testemunhado uma versão bem diferente do vodum "maquiado" do Tempo das Serpentes. Saí dali impressionado com a demonstração de tamanha devoção, mas abalado com sua brutalidade.

 Se você for

 Em Cotonou, o Benin Marina Hotel (Boulevard de la Marina; 229-21-30-01-00; benin-marina.com) é um antigo Hotel Sheraton com 250 quartos confortáveis, quadras de tênis e um restaurante que serve pratos da cozinha regional e uma pizza bem decente. Diárias a partir de 111 euros, ou cerca de US$ 150 (com o euro a US$ 1,27). Para provar a melhor cozinha regional da capital, vá ao Maquis Chez Amy, uma portinha que fica lotada na hora do almoço (229-90-93-07-53), ao lado da igreja Notre Dame. Peça o peixe do dia com molho apimentado e um acompanhamento, que pode ser atieke (mandioca) ou foufou (banana). O almoço, sem vinho, custa cinco mil francos CFA.

 Em Ouidah, ficamos no Casa Del Papa (229-95-95-39 -04; casadelpapa.com), um resort de praia confortável com 60 quartos, incluindo chalés e quartos de frente para o lago, a partir de 52 mil francos CFA para duas pessoas. O restaurante é excelente e o jantar para dois, com peixe, sai por 20 mil francos CFA.

 No lago, perto de  Ganvie, há barcos para alugar com guia. Uma viagem de três a quatro horas (ida e volta) a Ganvie custa 30 mil francos CFA.

Agências de viagem em Cotonou, incluindo a no Hotel Benin Marina, podem organizar visitas a Ganvie, ao Templo das Serpentes de Ouidah e outros locais sagrados do vodum - ou tente entrar em contato com Dagbo Hounon Houna II, o chefe espiritual supremo do vodum em Benin, que pode ser contatado por e-mail (vodunhwendo@yahoo.fr) ou celular (229-97-25-83-93). Leve uma garrafa de gim ou uma pequena quantia de dinheiro vivo.

O Rappa - Súplica Cearense

Campanha contra as cisternas de plástico no Sertão

Mais caras, cisternas de plástico doadas pelo governo deformam no semiárido e são alvo de críticas

Por, Carlos Madeiro,  Do UOL, em Maceió
Depois de não alcançar a meta de construir um milhão de cisternas no semiárido nordestino entre 2003 e 2008, o governo federal está adotando um novo modelo de reservatório, feito de polietileno, para tentar acelerar uma das principais políticas de combate aos efeitos da seca na região.
As 300 mil cisternas de plástico --como ficaram conhecidas no Nordeste-- custam mais que o dobro daquelas construídas com placas de cimento. A escolha virou alvo de reclamações e protestos, que aumentaram este mês, quando as novas cisternas tiveram que ser substituídas depois de apresentarem deformações, em menos de três meses de uso.
Para o governo federal, a tecnologia é segura e será uma solução mais rápida para completar a conta de um milhão de cisternas até 2014, quando se encerra o mandato da presidente Dilma Rousseff. Ao todo, nesses três anos, serão construídas também 450 mil cisternas de placa de cimento.
Números oficiais apontam que cada cisterna de polietileno tem custo total (equipamento e instalação) de R$ 5.090, ou seja, mais que o dobro da cisterna de placas de cimento –que, segundo a ASA (Articulação do Semiárido), sai por aproximadamente R$ 2.200. Levando em conta os dados apresentados, enquanto as 300 mil cisternas de polietileno vão custar R$ 1,5 bilhão aos cofres públicos, se a tecnologia utilizada fosse a de placas, esse valor seria de R$ 660 milhões.
O sonho de garantir o armazenamento de água para consumo aos nordestinos durante as estiagens é antigo e ganhou força em 2003, quando a ASA (que congrega 750 organizações civis da região) lançou o projeto “Um Milhão de Cisternas para o Semiárido”. A ideia teve e financiamento do MDS (Ministério do Desenvolvimento Social), e a meta deveria ser cumprida em cinco anos. Mas, passados nove anos do lançamento, apenas 40% do total foi alcançado até 2011 –contando apenas as cisternas feitas em placas de cimento.
Nos oito anos do governo Luiz Inácio Lula da Silva foram construídas 325.960 cisternas – média de 40 mil por ano. Em 2011, primeiro ano da gestão Dilma, essa média cresceu significativamente e o total de equipamentos entregues chegou 83.248. A estimativa oficial é que, considerando outras iniciativas públicas e privadas, tenham sido construídas até hoje 482 mil cisternas no Nordeste. 
Para acelerar ainda mais e chegar à meta estipulada em 2003, o governo Dilma Rousseff garantiu que vai construir 750 mil cisternas --número que o governo considera suficiente para universalizar o armazenamento de água no Nordeste.
Com da experiência frustrada do projeto inicial, o governo resolveu adotar novas táticas e tecnologias. Para isso, lançou no ano passado o programa "Água para Todos", coordenado pelo Ministério da Integração Nacional (MDS). A ação acabou com a quase exclusividade da ASA na construção das cisternas, tirando também a gestão do assunto do MDS. Agora, Estados e municípios são os principais parceiros, indicando as necessidades das regiões e recebendo diretamente os recursos para a implantação.
O problema são as cisternas de polietileno já entregues às famílias. Algumas delas apresentaram problemas menos de três meses após montadas. O caso ocorreu no município de Cedro, no sertão do Ceará, onde duas cisternas deformaram, supostamente por conta do forte calor da região. Fotos divulgadas pela ASA foram suficientes para uma série de protestos, inclusive nas redes sociais.
Em nota, a Codevasf (Companhia de Desenvolvimento dos Vales do São Francisco e do Parnaíba), responsável pela instalação e manutenção das cisternas, informou que a responsável pela fabricação foi notificada e já teria entregado duas novas cisternas. “Ressalta-se que o Ministério da Integração Nacional adota rigorosos procedimentos de controle de qualidade durante a fabricação e a entrega das cisternas.” Ainda segundo a Codesvasf, o tempo de vida útil da cisterna é de no mínimo 20 anos.
O argumento é rebatido por especialistas. "Essas cisternas têm um ciclo pequeno. Daqui a um tempo, vai ser um monte de lixo plástico espalhado pelo Nordeste. Além disso, estive falando com famílias, e elas questionam, porque não têm como entrar e lavar, o manuseio é diferente. Na cisterna de placa, a própria família pode consertar. São cisternas para 30 anos, mas essas com três meses estão deformando. Eles repuseram, mas vão repor até quando?", alegou o técnico do Instituto Regional da Pequena Agropecuária Apropriada, em Juazeiro (BA), José Carlos dos Santos Neri.
Segundo o coordenador da ASA, Naidson Batista, a ideia de implantar cisternas de polietileno tira do nordestino o direito de participar no processo de construção. “Elas não se inserem na dimensão de uma política de convivência com o semiárido. Primeiro porque ela não respeita a realidade local, pois adota tecnologias que a população não domina. Uma cisterna de plástico vem de São Paulo e é implementada sem nenhuma participação da comunidade, que assiste apenas. Se ela apresentar algum problema, a comunidade não sabe lidar. Ou seja, ela movimenta a economia paulista, não a economia local”, disse.
“Além disso, com essa postura, o governo não assume a realidade da comunidade, não emprega os pedreiros. É, na verdade, uma reedição da política de combate à seca adotada por décadas, quando se trazia pacotes prontos, tirando a capacidade do semiárido de gerir seus problemas. Isso aconteceu durante anos e gerou a miséria”, afirmou.
Esta semana, em Crateús (CE), produtores rurais foram às ruas pedir o fim da instalação das cisternas de polietileno. Em Petrolina --berço político do ministro da Integração Nacional, Fernando Bezerra Coelho, chefe maior do projeto de cisternas de polietileno-- um grande protesto reuniu, em dezembro de 2011, mais de 10 mil pessoas, que também pediram o fim da compra de cisternas de plástico.
"A gente já teve aqui algumas cisternas de plástico, e elas não funcionaram. Elas não seguravam a água. Nesse novo modelo, a empresa vem, fura um buraco e joga a cisterna dentro. E a gente quer algo que gere alguma renda, contrate os pedreiros aqui no Estado. Dia 23 vamos com três ônibus, só aqui da região, para Fortaleza, para pressionar por essa mudança", disse o presidente do Sindicato dos Produtores Rurais de Crateús, Antônio Ximenes.
Segundo nota enviada ao UOL pelo Ministério da Integração Nacional, a ideia de inserir as cisternas de polietileno foi tomada “para ganhar agilidade na implementação do programa Água Para Todos e, com isso, universalizar o acesso à água de consumo e produção no semiárido até 2014.”
O ministério disse que o governo fará 450 mil cisternas de placa, com a utilização de pedreiros locais. O órgão negou que as cisternas de polietileno sejam feitas sem a participação dos nordestinos.
“A fabricação das cisternas de polietileno está sendo feita no próprio semiárido, com a instalação de cinco fábricas, que utilizam mão de obra local e, com isso, movimentam bastante a economia dessas regiões. As cisternas possuem garantia de fábrica e, caso apresentem algum defeito de fabricação, serão trocadas imediatamente. Além disso, é grande o envolvimento da comunidade local a partir da criação dos comitês gestores municipais. Estes possuem grande participação da sociedade civil local e são responsáveis pela gestão do programa no âmbito do município", disse o ministério.
Responsável pela instalação das cisternas, a Codevasf argumentou ainda que a tecnologia das cisternas já se mostrou aplicável em várias situações. "Outro fator importante a ser ressaltado deve-se ao fato da rapidez de execução, proporcionando um benefício mais rápido às famílias carentes e sem acesso à água. A vida útil dessas unidades é de no mínimo 20 anos, o que representa um custo/benefício bem significativo."

segunda-feira, 5 de março de 2012

Quilombo Rio dos Macacos

Nota Pública: Campanha Somos Quilombo Rio dos Macacos

Nós, comunidade e organizações de movimento social em defesa da permanência do Quilombo Rio dos Macacos trazemos aqui ao público o nosso entendimento sobre a reunião realizada no dia 27 de fevereiro de 2012 com a Secretaria Geral da Presidência da República, representada por Diogo Santana.

Foi afirmado, na referida reunião, pelo Governo Federal que o Quilombo do Rio do Macaco não seria expulso do seu território. No entanto, na prática a União Federal, através da Advocacia Geral da União, contrariando o que se comprometeu com o Quilombo Rio do Macaco, se limitou a fazer um pedido nas ações judiciais que move contra a comunidade de adiamento da expulsão do Quilombo por mais cinco meses. Segundo a União esse seria o prazo necessário para garantir uma retirada pacífica dos quilombolas. Por isso, reafirmamos que o Quilombo Rio do Macaco e seus apoiadores continuam lutando para garantir o direito de permanência da mesma em suas terras, pois querem continuar em seu território tradicional e não vão sair pacificamente. É necessário nos manter em estado de alerta, articulad@s para que o caso não caia no esquecimento e os poderes instituídos se sintam a vontade para tomar as terras do quilombo sem resistência organizada. Afirmamos aqui que não aceitaremos  as tais “condições para uma saída pacífica da comunidade" através de crédito fundiário para aquisição de outra área ou qualquer que seja a alternativa. Nenhum direito à menos!!! O Quilombo é nosso antes da Marinha do Brasil chegar a aquelas terras.

O apoio dado pela Fundação Cultural Palmares e pelo Incra ainda é insuficiente. Embora a Fundação Palmares tenha certificado a comunidade como quilombola e o INCRA tenha iniciado o procedimento de regularização, ambos ainda não interviram no processo judicial em defesa do quilombo, o que é fundamental para garantir a posse da comunidade sobre seu território. Consideramos lamentável a postura do Governo Federal, da Presidenta, em particular, que como comandante-chefe das Forças Armadas teria poder para averiguar as violações aos direitos humanos por parte da Marinha e os contínuos abusos e ameaças sofridos pelos quilombolas daquela comunidade, e, principalmente, desistir das ações judiciais que visam a retirada forçada do quilombo de nossas terras.

Nesta reunião realizada dentro da comunidade no ultimo dia 27 de fevereiro, representantes do governo federal, parlamentares, imprensa e movimentos sociais puderam ver com seus próprios olhos as condições as quais os moradores do Quilombo Rio dos Macacos,  estão sendo submetidos todos os dias. As pessoas foram listadas e fotografadas na entrada, e a imprensa foi impedida de entrar pelo posto da Marinha sendo desta forma obrigada a contornar toda área do quilombo e pular a cerca para acompanhar a reunião.

As violações aos diretos humanos continuam fazendo parte do cotidiano dentro do quilombo.  Nós - @s quilombolas -  continuamos impedid@s de plantar e pescar, de ter acesso à energia elétrica, à água potável e ao saneamento básico. Continuamos sendo intimidados e violentados, além de termos sérias limitações ao nosso direito de ir e vir, o que gera uma situação de instabilidade, insegurança e temor na comunidade; a maioria de noss@s filh@s são analfabet@s porque a entrada e saída da comunidade é continuamente inviabilizada.

Apontamos ainda a necessidade de imediata instauração de uma Câmara de Negociação (prevista no decreto 4887/2003), a qual deve ser responsável por conciliar os diversos interesses envolvidos, garantindo necessariamente a permanência de toda a comunidade em nosso território tradicional.

Diante da situação grave de insegurança alimentar - já que há muito não podemos plantar nem pescar na região, como faziam nossos antepassados -  a Campanha Somos Quilombo Rio dos Macacos está organizando uma coleta de alimentos para doação no Quilombo Cecília (Rua do Passo/Pelourinho),  e no CEPAIA, sábado, dia 3/03, às 14h, no debate com as comunidades quilombolas de Marambaia (RJ), Alcântara (MA) e Quilombo Família Silva (RS). No dia 04 de março será realizado um ato na comunidade para a entrega dos alimentos arrecadados. A concentração do ato está marcada para as 09 horas no posto Inema, onde continuaremos a arrecadação e entregaremos alimentos.

Por último, queremos reafirmar que dignidade não se negocia,  nosso quilombo também não.  Os nossos antepassados nos veriam como traidores se  negociássemos nossas terras. Continuaremos em luta pois esta se configura como mais uma batalha no enfrentamento ao processo de genocídio a qual é historicamente submetido o povo negro neste país. FRENTE AO GENOCÌDIO DO POVO NEGRO, NENHUM PASSO ATRÁS!!!

 Comunidade do Quilombo Rio dos Macacos